Martiri della Rivoluzione Francese

Le Beate Figlie della Carità martiri della Rivoluzione francese vivono fino in fondo le parole dell’apostolo Paolo ai Romani:

«Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? (...) Né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signor».

Quando la Rivoluzione francese scoppia nel luglio del 1789, si presenta con gli ideali di “Libertà, Uguaglianza e Fraternità” e con l’intento di migliorare le condizioni di vita del popolo. Già nell’agosto dello stesso anno, però, l’Assemblea rivoluzionaria decreta l’abolizione dei privilegi della nobiltà e di gran parte delle istituzioni ecclesiastiche.

Dopo aver privato la Chiesa delle sue risorse economiche, il nuovo governo promulga la Costituzione Civile del Clero e impone ai sacerdoti un giuramento di fedeltà. Molti ecclesiastici considerano tale provvedimento una rottura con il Papa e con la comunione della Chiesa universale e rifiutano di prestarlo. I cosiddetti «preti refrattari» o «non giurati» vengono perseguitati e sono costretti alla clandestinità, all’esilio o alla prigionia. Numerosi fedeli, rischiando la propria libertà e persino la vita, offrono loro rifugio e sostegno. Con il progressivo radicalizzarsi della Rivoluzione, la persecuzione si estende a tutti coloro che vengono identificati con l’antico ordine sociale e religioso. Gli arresti si moltiplicano. Nell’agosto del 1792 il re Luigi XVI viene imprigionato con la sua famiglia e tutti gli ordini religiosi vengono soppressi. La sua esecuzione, il 21 gennaio 1793, segna l’inizio di una stagione di violenza nota come il Terrore.

In questo clima, il cosiddetto giuramento di Libertà-Uguaglianza viene imposto anche agli ex religiosi e alle ex religiose che continuano a svolgere servizi retribuiti dallo Stato. Per molti credenti, prestare tale giuramento significa compromettere la propria fedeltà alla Chiesa; rifiutarlo, invece, equivale a essere considerati nemici della Rivoluzione. Anche le Figlie della Carità, impegnate quotidianamente nell’assistenza ai poveri, agli ammalati e agli emarginati negli ospedali e nelle Case della Carità, si trovano di fronte a una scelta drammatica. Da una parte vi è il desiderio di rimanere fedeli alla Chiesa; dall’altra, la responsabilità di non abbandonare coloro che dipendono dalle loro cure. Se rifiutano il giuramento, vengono allontanate dagli ospedali. Ma chi assisterà i malati? Se lo prestano, non rischiano forse di tradire la propria coscienza e la propria fede? Per aiutare le Suore in questo difficile discernimento, il 9 aprile 1792 la Superiora Generale invia una lettera alle comunità:

«Vi prego di non abbandonare il servizio dei poveri, se non vi siete costrette. Per poter continuare il servizio dei poveri, prestatevi a tutto ciò che si potrà onestamente esigere da voi nelle circostanze presenti, purché non vi sia nulla contro la religione, la Chiesa e la coscienza».

La situazione, tuttavia, non è uniforme in tutta la Francia. In alcune regioni le Figlie della Carità possono continuare il loro servizio senza particolari ostacoli; in altre sono sottoposte a controlli, intimidazioni e vessazioni sempre più pesanti. Molte conoscono il carcere e lunghi mesi di sofferenza. Ad Angers, Dax e Arras alcune di loro sono chiamate a dare la testimonianza suprema della fedeltà a Cristo. Con coraggio e serenità affrontano la persecuzione e la morte, lasciando alla Chiesa l’eredità luminosa di una fede incrollabile e di una carità vissuta fino al dono totale di sé.